Nelle discipline artistiche studiate nei diversi gradi scolastici italiani, la fotografia e il cinema non hanno diritto di cittadinanza.
Provate a sogliare i libri di testo o a leggere le indicazioni nazionali per i vari curriculi: non c'è traccia, se non legata strettamente all'aspetto storico, delle opere fotografiche e di quelle cinematografiche. Come a dire: va bene andare al museo ad ammirare statue e dipinti, ma non ha senso apprezzare una fotografia di qualità né analizzare consapevolmente un film oppure una serie televisiva.
Anche nelle attività che si svolgono in classe, raramente mi è capitato di vedere esempi in cui la fotografia venisse utilizzata come strumento di conoscenza e di approfondimento, nonostante lo smartphone sia stato già da qualche anno sdoganato in Italia come strumento utile alle attività didattiche (a differenza ad esempio dell'Olanda, dove dal prossimo anno scolastico sarà vietato in classe).
Più diffuso l'utilizzo dei video, che vengono chiesti come prodotti agli studenti ma senza dare gli strumenti necessari a capire il linguaggio e la struttura di questo particolare medium. Come se si chiedesse di scrivere un saggio senza prima spiegare in quale lingua, con quale struttura argomentativa un saggio va confezionato.
Questa enorme distrazione verso media artistici nati nell'Ottocento e diventati molto popolari all'inizio del Novecento parla di un problema insito nella scuola italiana: i mass media, i mezzi di comunicazione di massa, vengono considerati aspetti commerciali e minori della società, che nulla hanno a vedere con le discipline giudicate davvero importanti, non lontane dalle arti liberali del trivio e del quadrivio. Un atteggiamento di superiorità intellettuale già combattuto da Umberto Eco negli anni '60 (un libro per tutti: "Apocalittici e integrati") e superato da più di mezzo secolo di nuove concezioni della storia, per cui ogni aspetto culturale di una società merita la stessa attenzione delle cosiddette opere artistiche.
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