Le metafore sono anche oggi, ai tempi di Tik Tok, uno strumento di conoscenza formidabile. Negli anni, sono andato raccogliendo metafore che parlano dell’apprendimento e della scuola. Ogni metafora racconta non tanto il modo in cui l’apprendimento avviene, ma il modo in cui l’autore - e con lui la sua società - concepisce come uno studente impara.Plutarco disse già, un paio di millenni addietro, che gli studenti non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere. Idea durissima a morire: ancora oggi, magari inconsapevolmente, gran parte dei docenti pensa di dover trasferire, con metodologie non tanto diverse da quelle criticate da Plutarco, il sapere della propria disciplina negli studenti, come un liquido da versare dal proprio cervello/teiera nelle menti/tazze degli alunni. Una ministra dell’istruzione ci fece negli anni passati sorridere scambiando le tazze con gli imbuti.
Il Buddha insegnò una metafora diversa: l’insegnamento è una zattera che serve ad attraversare un fiume. Chi si porterebbe sulle spalle la zattera dopo aver raggiunto la riva opposta? Un invito a non rimanere invischiati in un apprendimento nozionistico ma piuttosto a proseguire con le proprie gambe una volta apprese nuove competenze.
Più recentemente, nel suo bel libro “Il cervello. Istruzioni per l'uso”, John Medina vede insegnanti che nutrono il cervello degi alunni come vengono nutrite le oche ingozzate per il produrre il pregiato “foie gras”, provocando, con una nutrizione forzata, indigestione e scarso apprendimento.
La metafora che preferisco è quella dell’alunno “player”: il richiamo al videogioco è voluto e ostentato. La scuola infatti dovrebbe essere appassionante e alla portata di ogni giocatore, proprio come un videogame. E come ci insegna il romanzo “ready player one” (nonché l’omonimo e godibilissimo film), chi gioca lo fa con grande impegno. Riccardo Falcinelli ci ricorda che “qualunque esperienza formativa inizia con «facciamo finta che io sono» e non abbiamo fatto altro da quando siamo comparsi sulla terra”.
L’alunno “player” è un alunno attivo e responsabile del suo apprendimento. L’alunno “vaso” ha la sola responsabilità di contenere per un tempo limitato il sapere trasmesso: ci penserà un docente/guardiano a definire i tempi dello studio, dell’apprendimento, delle valutazioni. L’alunno “player” è responsabile delle “skills” che apprende: se non sviluppa competenze, non riesce a completare i livelli/compiti/attività. Non ha nessun alibi: non è colpa della mamma o dell’insegnante che non lo bacchettano o lo elogiano abbastanza.
Ritengo che oggi la scuola e la società italiana crescano adolescenti svuotandoli di desideri, passioni e doveri, privandoli del senso di responsabilità. La scuola tradizionale e la famiglia iperprotettiva sono fabbriche di studenti ansiosi e insicuri, che si aspettano conferme e prescrizioni continue. Il pensiero critico e divergente, la possibilità di sbagliare, la libertà di gestire il proprio apprendimento pagandone in prima persona sono assenti o mal tollerate. Mi chiedo allora: come cresceranno gli alunni “vasi”? Come potranno diventare cittadini responsabili? Lo studente “player”, al contrario, sa che deve confidare nelle proprie capacità, che esiste una comunità di amici e mentori che possono aiutarlo quando ha bisogno, sa che può chiedere aiuto. Sa che ha diritti e doveri. Per fortuna ce ne sono tanti, oggi, nella scuola italiana. E in loro ripongo la mia fiducia nel futuro.
Il Buddha insegnò una metafora diversa: l’insegnamento è una zattera che serve ad attraversare un fiume. Chi si porterebbe sulle spalle la zattera dopo aver raggiunto la riva opposta? Un invito a non rimanere invischiati in un apprendimento nozionistico ma piuttosto a proseguire con le proprie gambe una volta apprese nuove competenze.
Più recentemente, nel suo bel libro “Il cervello. Istruzioni per l'uso”, John Medina vede insegnanti che nutrono il cervello degi alunni come vengono nutrite le oche ingozzate per il produrre il pregiato “foie gras”, provocando, con una nutrizione forzata, indigestione e scarso apprendimento.
La metafora che preferisco è quella dell’alunno “player”: il richiamo al videogioco è voluto e ostentato. La scuola infatti dovrebbe essere appassionante e alla portata di ogni giocatore, proprio come un videogame. E come ci insegna il romanzo “ready player one” (nonché l’omonimo e godibilissimo film), chi gioca lo fa con grande impegno. Riccardo Falcinelli ci ricorda che “qualunque esperienza formativa inizia con «facciamo finta che io sono» e non abbiamo fatto altro da quando siamo comparsi sulla terra”.
L’alunno “player” è un alunno attivo e responsabile del suo apprendimento. L’alunno “vaso” ha la sola responsabilità di contenere per un tempo limitato il sapere trasmesso: ci penserà un docente/guardiano a definire i tempi dello studio, dell’apprendimento, delle valutazioni. L’alunno “player” è responsabile delle “skills” che apprende: se non sviluppa competenze, non riesce a completare i livelli/compiti/attività. Non ha nessun alibi: non è colpa della mamma o dell’insegnante che non lo bacchettano o lo elogiano abbastanza.
Ritengo che oggi la scuola e la società italiana crescano adolescenti svuotandoli di desideri, passioni e doveri, privandoli del senso di responsabilità. La scuola tradizionale e la famiglia iperprotettiva sono fabbriche di studenti ansiosi e insicuri, che si aspettano conferme e prescrizioni continue. Il pensiero critico e divergente, la possibilità di sbagliare, la libertà di gestire il proprio apprendimento pagandone in prima persona sono assenti o mal tollerate. Mi chiedo allora: come cresceranno gli alunni “vasi”? Come potranno diventare cittadini responsabili? Lo studente “player”, al contrario, sa che deve confidare nelle proprie capacità, che esiste una comunità di amici e mentori che possono aiutarlo quando ha bisogno, sa che può chiedere aiuto. Sa che ha diritti e doveri. Per fortuna ce ne sono tanti, oggi, nella scuola italiana. E in loro ripongo la mia fiducia nel futuro.
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