L’organizzazione della scuola di massa è in bilico, dalla sua fondazione, tra l’addestramento militare e la produttività industriale.
Ancora oggi, non esiste un nome diverso per definire le attività intellettuali e non produttive: dice D. De Masi in “Mappa mundi”, “diciamo ancora che un minatore lavora, un metalmeccanico lavora, un giornalista lavora, un artista lavora, creando equivoci di ogni sorta”. Cosa fa, mi chiedo, un insegnante quando lavora?
Quando leggo il Sole 24 Ore della domenica, io lavoro. Quando leggo “Limes” lavoro. Quando leggo libri sulla storia dell’arte, sulla sociologia, su episodi storici del Novecento, sto lavorando. Quando cerco di capire come migliorare un fotografia o come impostare un acquerello in prospettiva, lavoro.
Nell’immaginario di chi a scuola non entra da più di vent’anni, c’è ancora l’idea che un insegnante entra in classe, chiede di aprire il libro a pagina 26, inizia a spiegare una disciplina che rimane sempre uguale nei secoli dei secoli. Così per giorni. Poi si verificano gli apprendimenti: il prof interroga, oppure c’è il compito in classe. Chi non raggiunge la sufficienza, dovrà riparare. E così via, cicli interminabili di spiegazione verifica riparazione.
Ma la scuola, la sua parte migliore, non funziona più così. L’apprendimento è un procedimento più complicato. Non servono più informazioni aride, visto che possiamo trovarle in qualunque momento, ovunque siamo, utilizzando un’enciclopedia scritta da tutti e non da specialisti. Serve lo spirito critico, serve una visione informata sul mondo, serve la curiosità che è alla base di ogni sapere, serve il rigore della ricerca, sia scientifica che artistica.
Serve capire cosa può fare l’intelligenza artificiale, invece di far finta che non esista. Serve capire cosa distingue oggi un videogioco da un romanzo dell’ottocento o da un film. Serve imparare a smontare un’immagine per comunicare con quel linguaggio, invece di subire la comunicazione. Serve capire come funziona il mondo dell’informazione per distinguere le fake news, per farsi un’idea propria e diventare cittadini di uno stato democratico. Serve accettare che i nostri ragionamenti non sono mai lineari come pensiamo, perché siamo vittime dei nostri bias e di euristiche che non vediamo.
Anche quando scrivo questo articolo, sulla scuola e per la scuola, sto lavorando.
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